Vorrei lanciare una provocazione a tutti coloro che come me lavorano nei “Luoghi della cura”:
Essere infemiere o, indipendentemente dal ruolo, operatore di cura all’interno di un Nucleo Alzheimer, è un lavoro che può essere svolto da chiunque? E’ necessaria una motivazione profonda oppure puo’ bastare una scelta fatta per necessità? E’ possibile aiutare il prossimo quando non si crede fortemente in quello che si fà? Esistono ancora operatori che amano quello che fanno e non trovano gratificazione dal caffè di metà turno, ma dal sorriso e dal grazie di un paziente?!
La discussione è aperta nel nostro forum, a cui si può accedere attraverso il link forum alzheimer.
Mai avrei pensato di trovarmi, un giorno, ad insegnare ad un gruppo di persone che, come me, hanno scelto di dedicarsi al lavoro di cura!
Invece, complice il destino, mi sono trovata nel luogo giusto al momento giusto e la proposta è arrivata!
Insegnare è una parola che mi spaventa, preferisco pensare di essere stata chiamata a trasmettere ad altri la mia esperienza personale perchè credo che, alla fine, sia questo il vero significato dell’insegnamento: mettersi in gioco in prima persona, poichè il primo strumento che ognuno di noi ha a disposizione, nel lavoro come nella vita, siamo proprio noi stessi, con le nostre debolezze, i nostri punti fermi ed il bagaglio di esperienze che abbiamo alle spalle, senza dimenticare le indispensabili competenze tecniche.
Ho faticato molto per superare la timidezza e il senso di inadeguatezza, ma grazie ad una persona speciale e al sostegno morale e tecnico che ha saputo darmi, ci sono riuscita!
Nel lavoro di cura, ritengo di fondamentale importanza avere vicino colleghi e amici che condividono con te la passione per questo lavoro meraviglioso che tanto ti toglie in termini di fatica, ma tanto ti regala in soddisfazioni ed emozioni forti.
Il confronto con un collega, anche quando è scontro, è motivo di riflessione e di crescita continua ed è indispensabile per ricaricarsi e darsi forza anche nei momenti difficili.
Approfitto quindi per ringraziare Luca perchè senza il suo aiuto probabilmente non vi starei raccontando questa esperienza meravigliosa!
Avrei dovuto “insegnare” delle tecniche, e credo di averlo fatto come meglio potevo, ma ciò che più mi auguro, è che sia arrivato il messaggio che anche a me è arrivato forte e chiaro leggendo “Vissuti di cura”, uno dei testi che trovate consigliati nel blog:
“CURA SI TROVA DOVE LA TECNICA E’ AL NOSTRO SERVIZIO E NON DOVE SOSTITUISCE LA PRESENZA E IL CALORE UMANO.
CURA SI TROVA NELLE PERSONE, TUTTE, CHE INCONTRANDOSI SI LASCIANO EMOZIONARE, SI TROVA NELLA CAPACITA’ DI LASCIARSI ATTRAVERSARE DALLE EMOZIONI, DAI SENTIMENTI CHE COGLIAMO E METTIAMO A DISPOSIZIONE, CURA E’ RELAZIONE EMOZIONALE, INCONTRO CHE GENERA SIGNIFICATO DI VITA”.
Non posso sapere con certezza se gli studenti ai quali ho dedicato il mio tempo, diventeranno dei bravi operatori di cura, ma sono sicura di essermi fatta conoscere per quella che sono, professionalmente e umanamente e se in futuro nutriranno anche solo la metà dell’amore per il proprio lavoro e per le persone malate che assisteranno, rispetto a quello che io nutro, be’, allora a me può bastare!
Durante l’esperienza di insegnamento, abbiamo utilizzato molti strumenti di lavoro: noi stessi, le immagini, la poesia, la letteratura e il cinema.
Al termine del corso, l’unico strumento che ancora non avevamo utilizzato era la musica ed è per questo che come regalo di buon augurio per la loro nuova professione, ho voluto utilizzare una meravigliosa canzone sulla quale ho tradotto in immagini la nostra esperienza, eccolo:
Pomeriggio faticoso ma fantastico: E.F. una compagna di viaggio più che una paziente e alla fine della giornata sentirsi dire:” grazie perchè abbiamo passato un pomeriggio bellissimo!”…. e la stanchezza svanisce d’incanto per lasciar spazio alla gioia che mi fa esplodere il cuore!
Nel corso dell’anno 2007, all’interno dei Nuclei Alzheimer (dove lavoro dal lontano 1995), ci è stata data la possibilità di attuare un progetto che permettesse la sperimentazione del modello assistenziale coniato da Moyra Jones:”Gentle Care”.
L’attuazione del progetto “Risveglio naturale” è stata per noi operatori dei Nuclei Alzheimer l’occasione di dimostrare che prendersi cura dell’anziano affetto da demenza, è una capacità che non è assimilata definitivamente, ma può essere smarrita, può essere distorta e va affermata e ricercata quotidianamente attraverso un lavoro di autovalutazione e di confronto con noi stessi e con l’equipe, ponendoci come comune obiettivo il benessere e la dignità di vivere delle persone che vengono affidate alle nostre cure.
Il gruppo di lavoro che ha realizzato il progetto, è partito dal presupposto che i modelli assistenziali attuali sono fondati sulle esigenze dell’organizzazione, sui piani di lavoro e di conseguenza sulle necessità degli operatori, che spesso giustificano il loro agire schematico e frettoloso con l’urgenza di “stare nei tempi”.
A questo punto, ispirandoci al modello assistenziale citato in precedenza , ci siamo posti delle semplici domande:
- Non abbiamo tempo per fare cosa?;
- Lamentiamo poco tempo per noi o per i nostri pazienti?;
- Ci piacerebbe essere svegliati alle 6:00 del mattino, essere lavati e vestiti in 10 minuti e poi vagare in corsia in attesa che altri 22 pazienti subiscano lo stesso trattamento per poi finalmente poter fare una veloce colazione?;
- Esiste un modo per garantire a queste persone un’assistenza dignitosa senza per questo dover modificare i loro ritmi biologici e senza creare in loro paure che degenerano poi in episodi di aggressività o altri disturbi del comportamento?;
Ci siamo resi conto che l’unico modo per rispondere a queste domande era quello di provare a cambiare le cose sostituendo al consueto piano di lavoro, programmi più flessibili consentendo ai pazienti di svegliarsi spontaneamente, essere assistiti per le cure igieniche, collaborare con noi al rifacimento del proprio letto (dove possibile!) per fare poi colazione in luoghi poco affollati ed infine, assumere le terapie. Tutto ciò, nell’intento di riprodurre quella che generalmente è per ognuno di noi una giornata priva di impegni lavorativi o di altro genere.
Attraverso schede redatte da noi, abbiamo monitorato quotidianamente le reazioni dei nostri pazienti e le impressioni degli operatori per poi incontrarci con cadenza quindicinale mettendo a punto strategie per risolvere i problemi incontrati nella sperimentazione.
Le difficoltà sono state molte, partendo da quelle psicologiche legate all’elasticità e alla disponibilità al cambiamento degli operatori, per arrivare a quelle pratiche e organizzative che si sono evidenziate soprattutto nel far coincidere le esigenze di reparto con quelle dei servizi come la cucina, l’organizzazione delle pulizie, l’intervento dei volontari e le visite dei famigliari.
Introdurre nella nostra realtà il Risveglio naturale è stato per noi una sfida che ha richiesto impegno e fatica ma che a distanza di un anno dalla sperimentazione, vede finalmente i risultati attesi e sperati.
All’interno dei nostri Nuclei, attualmente non esiste più “Il giro dell’alzata,” “il giro delle colazioni” e” il giro letti”, ora nei nostri nuclei i tempi del mattino sono scanditi dal ritmo biologico delle persone residenti.
E’ opinione diffusa (purtroppo) che essere operatori sanitari in RSA, sia meno gratificante rispetto all’esserlo nelle unità operative ospedaliere, è anche per questo che vogliamo dimostrare che laddove la tecnica e i ritmi frenetici ricoprono un ruolo meno ampio, possiamo incentrare le nostre energie e i nostri sforzi nell’esaltare il prendersi cura attraverso la relazione e il rispetto delle esigenze delle persone che ci troviamo di fronte.
Ci auspichiamo che il “Risveglio naturale” sia solo l’inizio di un cambiamento che arrivi in futuro ad interessare l’intera giornata dei nostri pazienti affinché la qualità assistenziale in cui tutti crediamo si concretizzi nella quotidianità.