Una vita con le demenze

Alzheimer e demenze

Fornire assistenza: l’odissea del divenire più umano febbraio 23, 2009

Filed under: Riflessioni di altri — ingmar69 @ 2:43 pm

Ho da poco letto l’editoriale di Marco Trabucchi su GRG NEWS, rimanendone immediatamente colpito. Mi ritrovo pienamente nelle parole del Prof. Kleinman e penso sia utile diffonderle a tutti coloro che pensano che l’assistenza nel campo delle demenze sia un compito semplice, dove la parola dominante è incurabilità.

In questi tempi di profonda tristezza per vicende che hanno –tra l’altro- messo in discussione il ruolo di chi dona assistenza, ho letto su Lancet (373:292-3, 2009) l’articolo di un medico che riporta la propria esperienza di marito di una persona affetta da demenza. Sono rimasto impressionato dalla profondità dello scritto, a cominciare dal titolo: ”Fornire assistenza: l’odissea del divenire più umano” (ma la traduzione ha perso l’incisività dell’inglese: “Caregiving: the odyssey of becoming more human”). Mi limito a riportare alcuni passaggi, soprattutto quando l’autore, un medico di Harvard, afferma che il donare assistenza “è un atto di immaginazione empatica, di responsabilità, di testimonianza e di solidarietà con le persone che hanno grande bisogno. E’ un atto morale che rende i caregiver, e talvolta persino quelli che ricevono assistenza, più presenti e quindi più umani”. Sono parole che impressionano, perché dettate da un’esperienza diretta e non dall’osservazione esterna degli eventi. L’assistenza ad una persona ammalata di demenza è un impegno pesante, spesso caratterizzato da fatiche disumane (lavoro fisico, poco sonno, stress continuo, la depressione dietro l’angolo, ecc.). Perché allora scrivere che ci si sente “più umani”? Perché l’impegno per l’altro costringe a specchiarsi, a misurarsi, a fare i conti con i propri limiti: sono tutte vicende che ci approfondiscono nel nostro essere uomini. Inoltre il lavoro di assistenza avvicina tra loro le persone, quelle che prestano le cure all’interno di una famiglia o di un equipe organizzata e anche tra chi dona e chi riceve assistenza. Così si crea una micro comunità di persone, che sperimentano legami forti, dinamiche incisive, rendendo ogni componente più conscio che attraverso l’essere uomo o donna passa il significato dello stare insieme per servire e per essere serviti.

Il prof. Kleinman scrive che il fornire assistenza è molto più difficile, gravoso, incerto di quanto non indichino i modelli usati dalle professioni sanitarie. Afferma anche che il suo essere medico non gli aveva insegnato nulla in confronto di quanto ha appreso essendo l’attore principale dell’assistenza alla moglie ammalata di Alzheimer. Anche in questo caso il medico che ha una personale esperienza della sofferenza offre un’interpretazione significativa del ruolo di chi assiste e ne facciamo tesoro: ci ritroviamo nelle parole di Kleinman, nella loro durezza, ma anche nella loro nobiltà. Peraltro sono gli atteggiamenti che dovrebbero sempre accompagnarci: la durezza della realtà clinica e assistenziale nella quale siamo immersi e che non nascondiamo, la nobiltà di un lavoro -mai ideologico- che ci permette di accompagnare le sofferenze con il dovere di lenirle. Qui e ora, senza dare giudizi, ma commisurando sempre i nostri interventi alla capacità dell’ammalato di trarne vantaggio. Così facciamo un’opera giusta sul piano clinico e rispettosa sul piano umano.

 

La caduta di Icaro novembre 5, 2008

Filed under: Poesia — ingmar69 @ 1:20 am

Anche nella caduta

ho bisogno della tua

vicinanza.

Momento di acuta

percezione della mia

solitudine.

Luca Manzoni

 

Capacità attoriali e ideazione narrativa utilizzate come strategia per il controllo dei disturbi del comportamento nella persona demente. ottobre 29, 2008

Filed under: Esperienze nei Nuclei Alzheimer — ingmar69 @ 6:53 pm

I disturbi comportamentali sono i problemi di più difficile gestione nella malattia di Alzheimer e nelle demenze in genere e la caratterizzano soprattutto nelle prime fasi. Spesso sono la causa della decisione, da parte del caregiver, di istituzionalizzazione della persona affetta da demenza.

Per il controllo di questi disturbi, oltre a quella farmacologica, ci sono a disposizione diverse strategie, ognuna delle quali ha dei fondamenti teorici e sviluppa delle tecniche che utilizzano l’operatore come veicolo principale.

Le terapie non farmacologiche più utilizzate come la Gentlecare, la Validation, il Conversazionalismo , sono degli strumenti indispensabili nelle mani degli operatori per costruire un modello di cura che valorizzi il rispetto della dignità della persona demente, ma  non sempre riescono ,da sole, ad essere efficaci.

Durante la mia esperienza di assistenza all’interno di un Nucleo Alzheimer, sperimentando queste terapie, ho potuto scoprirne anche i limiti e di conseguenza ho cercato altre possibili soluzioni.

In molte occasioni le persone di cui mi sono preso cura mi hanno mostrato alcuni frammenti di quel particolare “mondo” che non coincide con la realtà oggettiva, nel quale non era previsto il personaggio che in quel momento interpretavo, così da non aver la possibilità di accompagnarli ad una gestione felice del delirio. Ho provato allora a creare, attraverso la conoscenza biografica del paziente, una rappresentazione idonea a quel “mondo”, riducendo così la sofferenza e permettendo  un buon controllo del disturbo comportamentale. L’obiettivo principale di questa scelta terapeutica è quello di evitare che la persona demente viva in solitudine e con esiti disperati queste “forti” esperienze.

Da qui è nata la riflessione sull’utilizzo delle capacità attoriali e narrazione fantastica nel controllo dei disturbi del comportamento. Osservando i diversi atteggiamenti nei confronti dei pazienti  disturbati dai deliri, ci si può rendere conto di quanto sia necessario essere in grado di creare una rappresentazione adatta a quella data persona e in una specifica situazione. Infatti spesso accade che alcuni operatori sanitari o famigliari vengano rifiutati oppure aggrediti dalla persona demente a causa di un atteggiamento non incline ad entrare nel loro “mondo”. Molte volte mi capita di interpretare personaggi come il prete, il padre o un parente caro, il direttore di un hotel, l’amico, il medico, il vicino di casa, il carabiniere, perché la persona lo ricerca per poter risolvere al meglio la storia che sta vivendo oppure per il bisogno di avere vicino una figura per lui consolatoria. Attraverso questo metodo è inoltre più “facile” far accettare positivamente alcune attività assistenziali, tra cui il bagno, la somministrazione delle terapie farmacologiche, il cibo e le bevande, il cambio di abito ecc….Non meno importante è la possibilità di far “divertire” chi si trova a passare molto tempo aggrovigliato in pensieri negativi senza vie d’uscita.

Questo tipo di strategia viene però criticata da molti a causa delle implicazioni di natura etica riguardanti in modo particolare la dimensione religiosa, ma non meno la sensazione di mancanza di rispetto che la creazione fantastica induce nella persona che non vive l’esperienza di delirio. Anche il metodo Validation sembra rifiutarla scrivendo queste parole: “Gli operatori del metodo Validation sono sempre onesti. I grandi anziani disorientati riconoscono la finzione. Il sordo “sentirà” una risatina, il cieco “vedrà” un sorriso falso. Conoscono la differenza tra un tocco accondiscendente sulla spalla e un contatto umano caldo e rispettoso. Ad un livello subliminale di consapevolezza il grande anziano conosce la verità; come una persona che dorme e inconsciamente scaccia una zanzara, è inconsapevole e non vuole essere posto dinnanzi alla realtà dei fatti. Perciò l’operatore non deve mentire. Il grande anziano disorientato non si fida di un operatore che mente. Senza fiducia, il metodo non funziona………Ascoltarli non significa alimentarne le “fantasie”.

Penso che sia sempre necessario valutare attentamente, per ogni singolo caso, i vari metodi di approccio a questi problemi, tenendo particolarmente in considerazione la storia di vita della persona da accompagnare lungo questi “viaggi” della mente.

Per ottenere dei buoni risultati, gli operatori dovrebbero affinare la competenza relazionale anche attraverso una accurata osservazione dei comportamenti, possedere una buona cultura religiosa, essere liberi da pregiudizi,sapersi calare nei panni degli altri. Sicuramente ci vuole un alto grado di preparazione ed esperienza per poter utilizzare tutti questi strumenti, perché attraverso l’improvvisazione si possono causare danni a volte irreparabili; bisogna sempre attuare una scelta che abbia come caratteristica il rispetto della persona e il raggiungimento di una possibile felicità, anche se temporanea.

“L’esperienza “teatrale” ,oltre ai vantaggi sopra descritti, si rivela preziosa per sviluppare, anche per quegli “attori” involontari che sono gli operatori sanitari, la qualità della loro comunicazione, mettendoli in condizione di utilizzare al meglio la propria energia, di finalizzare la tensione in modo positivo, di trovare nel lavoro d’ogni giorno una gratificazione in più. La peculiarità dello strumento teatrale è di poter creare un livello di coinvolgimento che superi la sfera cognitiva e attivi anche il piano emotivo dei partecipanti. L’uso delle componenti emotive sul luogo di lavoro ha anche lo scopo di alleggerire i compiti della parte razionale del cervello, già sovraccarica di processi, norme, regole, tecniche, per risvegliare le altre risorse emozionali e creative del lavoratore, normalmente “assopite”. E’ un modo come un altro per “decongestionare” le risorse dell’individuo.”

 

Un cane come fonte di terapia. settembre 24, 2008

Filed under: Esperienze nei Nuclei Alzheimer — ingmar69 @ 12:16 pm

Un cane a volte può fare miracoli. Può sembrare sciocco, ma l’affetto e la delicatezza di un animale domestico possono rasserenare un soggetto colpito da demenza.

Durante l’esperienza con un paziente affetto dal morbo di PIK, ho potuto constatare di persona quanto è importante la presenza di un cane.

Chiamerò, per ragioni di privacy, il protagonista di questa storia quasi surreale Nicola, un ospite che da qualche anno alloggia nel Nucleo Alzheimer  dove ho prestato servizio per alcuni mesi.

Mi è stato presentato un pomeriggio di primavera da un amico, Luca.

L’incontro fu piuttosto insolito, poiché Nicola era abituato a trascorrere intere giornate in solitudine, chiuso tra le quattro mura di camera sua. Schivo e introverso, evitava ogni tipo di approccio e contatto. Rimasto solo in sua compagnia, dovevo escogitare un piano per invitarlo ad uscire con me. Non fu di certo semplice, mi trovavo di fronte una persona assai caparbia, una specie di animale indomabile. Ma la mia cocciutaggine e l’innata pazienza che mi contraddistinguono, prevalsero su di lui.

Da quel giorno i nostri appuntamenti divennero frequenti, e col passare del tempo un po’ monotoni.

È davvero difficile, ma non improbabile, architettare qualcosa di nuovo da condividere con una persona affetta da demenza. Solo chi possiede una fervida immaginazione è in grado di comprendere quanto sia vasto e avvincente l’universo irrazionale di queste persone, basta volerlo.

Decisi quindi di presentare Luna, la mia cagnolina di purissima razza meticcia a  Nicola di sicuro diverranno buoni amici, pensai. Non mi sbagliavo, Luna fu davvero un rimedio infallibile. Nicola, come per magia aveva ritrovato tutta la serenità e la voglia di vivere di un tempo. Poche settimane dopo, visti i notevoli cambiamenti del nostro protagonista, scrissi una lettera ad una sua affezionata parente per informarla delle rilevanti evoluzioni di suo nipote.

La lettera che segue, racchiude la mia breve avventura con un paziente dalle mille risorse e dalla formidabile e inestimabile sensibilità, simile a quella di un piccolo animale domestico da cui possiamo imparare il vero significato d’amicizia.

Nicola e Luna un’accoppiata avvincente

Gentile Signora M.,

Ancora non abbiamo avuto occasione di incontrarci, tuttavia le scrivo per comunicarle i grandi progressi di Nicola.

Mi chiamo Ivan. Da qualche settimana, dedico il mio tempo a suo nipote, portandolo, per ora, a spasso per la struttura. Le confesso che, in principio, non è stato facile approcciarmi con lui. Tutto mi sembrava difficile, il suo sguardo intenso e diretto, severo e vigile e quel religioso silenzio m’inquietavano parecchio, ma un po’ alla volta, sono riuscito a introdurmi nel suo mondo fantastico.

Ho intrapreso questo viaggio lunedì 22 Maggio.

Entrando nella stanza, ho incontrato il suo viso, cupo, quasi triste e subito ho pensato che, probabilmente, non sarei mai riuscito a domare l’uomo che mi stava di fronte.

Ci siamo diretti al bar della struttura, dove abbiamo preso un caffè. Seduti al tavolino, scrutavo Nicola. Aveva l’aria di un uomo distinto, raffinato e al tempo stesso, di un bambino curioso. Osservava con discrezione ogni cosa che lo circondava; i gesti della barista, l’arredamento scarno del locale e la gente intorno a noi. Inaspettatamente, quello sguardo inflessibile sé addolcito come per magia, lasciando il posto a un’aria gioiosa ed amabile. Mentre sorseggiava il caffè, prestava attenzione ai discorsi della gente, e si comportava con noncuranza davanti agli apprezzamenti della barista, ma dietro a quel fare burbero nascondeva un’impareggiabile dolcezza che pochi conoscono.

Passeggiando per i viali alberati, è riuscito di nuovo a sorprendermi. Improvvisamente si è soffermato davanti ad un albero. Lo ha esaminato con intenso interesse e forte trasporto, proprio come avrebbe fatto un bambino di pochi anni, che con occhi avidi e golosi contempla con ponderatezza, una vetrina di dolciumi e si lascia trasportare da un vigoroso piacere. Indicandomi quell’albero, dai frutti ancora acerbi, ha esclamato “Ombre!”, non ho afferrato il significato di quella parola, ma ho percepito che ne era attratto, come un forte richiamo.

Mercoledì, 24 Maggio ho presentato Luna, la mia cagnolina di pura razza meticcia, a Nicola. È bastato un languido sguardo, per far sbocciare una profonda ed entusiasmante simpatia tra loro. Se Luna potesse parlare, con voce soave gli sussurrerebbe:

“Non ho parole, per esprimere la mia vistosa e profonda eccitazione che provo uscendo con te. Potrei parlarti per ore ed ore, senza dirti niente, ma noi cani non abbiamo proprietà di parola. Posso scodinzolare, per manifestare tutta la mia gratitudine che ho nei tuoi confronti. Per renderti felice basta poco, qualche lusinghe moine, con garbo e prudenza, sfiorarti con la lingua la tua mano stanca. In cambio, non desidero altro, solo un po’ d’affetto e qualche carezza. Per questo ti sono riconoscente”.

Tra loro è nata una solida intesa, è come se si conoscessero da sempre, intimamente. Insieme formano una strana coppia, passeggiano cercando di orientarsi tra aiuole fiorite e parcheggi colmi di auto in sosta che contrastano brutalmente con i giardini da cui spuntano piccole margherite bianche. Li seguo da vicino senza interferire e sorrido, ogni volta che  Nicola coccola ed accarezza il lungo manto nero corvino di Luna. In pochi giorni suo nipote ha fatto notevoli evoluzioni, grazie ad una cagnolina affettuosa ed adorabile, Luna.

Mi reco da lui tre volte la settimana, lunedì, mercoledì, venerdì e trascorro un’ora di intense emozioni in sua compagnia. Ogni volta Nicola, mi attende impaziente in camera sua, o seduto in salotto in compagnia di altri ospiti. Fa l’indifferente quando mi vede arrivare, ma nel momento in cui Luna, gli corre incontro goffamente, dimenando la coda con sinuosità, sorride e le porge una carezza sul capo. A quel punto è pronto per uscire ed affrontare nuove avventure.

In attesa di ricevere sue gradite notizie le porgo i miei più sentiti saluti.

Ivan.

 

Alzheimer e depressione: in una poesia tutto un mondo settembre 18, 2008

Filed under: Poesia — ingmar69 @ 10:02 pm

“Signore non so più leggerti, trovarti nel Vangelo.

Riesco solo a sentirti nella preghiera di poche parole:”Gloria al padre al Figlio allo Spirito Santo…..”

Ancora depressione forte, tremenda, violenta. Sono sconnessa e persa. Non sono più nessuno, non sono più niente. Faccio fatica a pensare, a fare, a ricordare….

non so più niente. Mi sento finita: non ho programmazioni nei miei pensieri.

e’ come se fossi una “morta”. non mi racconto niente e non mi conforto, non mi stupisco piu’ per niente…Signore non lasciarmi vivere così!”

C.M. 10 Novembre 1995

Questa poesia è stata scritta da una persona affetta da demenza all’esordio della malattia ed ora ricoverata presso il nostro reparto. Una donna che ha vissuto per l’insegnamento, l’amore per Dio e che amava contemplare la natura nella solitudine. In questa lirica l’unica ancora di salvataggio  sembra essere quella della “religiosità”, che la porta ad esprimere, attraverso un grido d’aiuto, la sua disperazione.

 

Una Storia Vera per riflettere sulla vecchiaia settembre 14, 2008

Filed under: Cinema: mezzo di riflessione — ingmar69 @ 2:01 am

“Una Storia Vera” è una riflessione sulla vecchiaia, quasi un inno. Alvin, il protagonista, è un uomo vero, un essere umano. Testardo, metodico, che conosce ancora il significato della parola dignità. Un uomo che prova sentimenti e ha un fortissimo senso etico. Che prova anche le pene, la tristezza, le paure di un uomo giunto quasi alla fine del suo percorso.

Traspare lungo tutta la storia anche una riflessione sulla morte, ma con dignità, non celandone però la sofferenza, la tristezza, le limitazioni fisiche, l’accettazione di tutto ciò da parte del protagonista, che spera solo di arrivare in tempo per trovare il fratello ancora vivo.

Ho cominciato a percepire il presagio della morte sin da quando si vede per la prima volta Alvin sul pavimento della casa che divide con la figlia Rose, in posizione orizzontale, quasi paralizzato al suolo ed incapace di alzarsi. Questa condizione di fragilità mi ha fatto prendere coscienza del “potere”, della posizione di dominio che noi operatori sanitari abbiamo nei confronti delle persone anziane affidate alle nostre cure. E’ difficile mettersi al loro ascolto mantenendo questa posizione, infatti quando Alvin viene portato dal medico dopo la caduta, la postura del sanitario nei confronti del vecchio paziente, comunica una posizione di fredda professionalità, di mancanza di empatia che non permette alla relazione di assumere un valore terapeutico e di presa in carico della persona.

Mi rendo conto di come la conoscenza della storia personale sia indispensabile per prendersi cura delle persone anziane e di come sia utile per comprendere le loro decisioni e i loro comportamenti. Questo è importante anche nel lavoro d’assistenza rivolto alle persone affette da demenza, nonostante si utilizzi spesso l’alibi dell’incapacità di decidere per se stessi per evitare di prendere in considerazione il problema del rispetto delle volontà della persona.

Ogni persona ha nella vita una meta da raggiungere, qualcosa che le dia un senso.

Qual’ è la meta di Alvin?

Voglio arrivare a sedere fianco a fianco con mio fratello dice,” e poi guardare in alto, verso le stelle, come facevamo tanto tempo fa”. La meta così non gli sta’ avanti, come una speranza, ma alle spalle, come una nostalgia. I vecchi, nella mia esperienza, amano ripercorrere il loro vissuto con qualcuno che sia disposto ad ascoltare con sincero interesse. Dare la possibilità di raccontarsi è un elemento importante per accompagnare alla morte.

Alvin è supportato, nella “folle” decisione di intraprendere il lungo viaggio con il trattore, dalla figlia Rose e lungo tutto il percorso viene aiutato dalle persone che incontra, rispettando la volontà di voler fare a modo suo. Le brevi, ma intense relazioni che nascono lungo la strada verso il fratello, gli danno l’opportunità di ritrovare la sua Storia con i suoi valori quali la nascita,la famiglia, la sofferenza e di mettere la propria lunga esperienza al servizio di persone bisognose di cose “semplici” come la lentezza, la dignità, l’amore.

Anche io, come infermiere, mi sento bisognoso del loro aiuto così come loro del mio.

Spesso mi comporto come la donna, incontrata da Alvin, che investe i cervi, passando davanti alle persone che curo con quella fretta che uccide ogni loro richiesta di comprensione. Vorrei essere come il mezzo cinematografico che in questo film si mette a disposizione del personaggio aderendo alla sua necessità, sovrapponendosi precisamente alla sua saggezza e al suo mondo interiore.

Lento è Alvin, lento il tagliaerba e lenti noi che lo accompagnamo.

Mi domando:

Senza una meta da raggiungere, può avere ancora un senso la vita?

Un uomo al quale non viene data la possibilità di relazione e comunicazione, è un uomo vivo?

Fino a che punto è giusto usare il “potere” che il mio ruolo mi concede, nell’assistenza alla persona affetta da demenza?

E’ possibile parlare di rispetto delle volontà della persona nel caso delle demenze?

Come si può scoprire il mondo di valori di una persona affetta da demenza?

 

Immergersi nell'altro settembre 8, 2008

Filed under: Riflessioni personali — ingmar69 @ 9:09 pm

Una semplice giornata di lavoro; una donna la cui mente viene trasportata in un mondo passato, fatto di difficili relazioni famigliari, dove il desiderio della casa materna diventa necessità impellente, per sfuggire ad una sofferenza che diventa insopportabile.
Io sento una forte attrazione verso questo “piccolo mondo” interiore e non posso fare a meno di immergermi nelle sue acque profonde e turbolente. Il suo passato diventa per me un codice per tentare di “capire” la natura delle ferite che le rendono inaccettabile la vita.
Lasciandomi condurre dai suoi sentimenti, ma cercando di addolcire quelli troppo amari, percepisco un senso di impotenza nei confronti di una malattia (Alzheimer) che non dà la possibilità di risolvere definitivamente il passato. Tutto viene continuamente cancellato e poi riscritto, in un continuo ripercorrere strade, senza via di uscita.
Vorrei che lei potesse vedere il sole, ammirare i fiori che tanto ama, avere un amico con cui condividere la vita; vorrei che potesse ritrovarsi in quella “casa” dove l’abbraccio caldo di sua madre trasformasse questa esperienza di malattia in un ricordo che dolcemente svanisce.
Nonostante i miei desideri, mi ritrovo qui a piangere, come se quelle acque fossero le mie, ma fortunatamente ho ancora la forza per riemergere, restando a guardare ciò che non riuscirò mai a “comprendere”: la sofferenza umana.

 

Riflessioni sul prendersi cura attraverso il cinema. settembre 5, 2008

Filed under: Esperienze nei Nuclei Alzheimer — ingmar69 @ 2:41 pm

Il progetto che vi presento riassume un’esperienza di formazione, o per meglio dire di autoformazione, all’interno di un equipe di un Nucleo Alzheimer, svoltasi nel 2007.
Questo progetto è nato dal bisogno di sperimentare un metodo, diverso dalla classica lezione frontale tenuta da un esperto, che permettesse a noi operatori sanitari di mettere in gioco, a scopo formativo, le nostre esperienze, le emozioni e i pensieri riguardo ad un tema specifico del lavoro di cura.
Inoltre,durante questi dieci anni di lavoro nel campo delle demenze, ci siamo resi conto della necessità di acquisire, a fianco della capacità tecnico-scientifica, la capacità di ascoltare le storie delle persone di cui ci prendiamo cura, cogliere e valorizzare i loro significati e agire cogliendo il loro punto di vista.
Per raggiungere questi obiettivi ci serviva uno strumento che fosse accessibile a tutti, che stimolasse alla partecipazione attiva, che coinvolgesse la persona nel suo complesso, ragione ed emozione, che potesse aiutarci ad affinare le capacità interpretative, fondamentali per un approccio globale alla persona.

Il cinema ci è sembrato in grado di rispondere a tutte queste esigenze, innanzitutto per la sua valenza riflessiva, per la possibilità che offre di osservare i comportamenti, le conseguenze di azioni e parole, di immedesimarsi e, allo stesso tempo, di poter avere una distanza emotiva che permette l’analisi dell’esperienza.
Dopo la scelta dello strumento siamo passati al montaggio del progetto attraverso la costituzione di un gruppo con il compito di scegliere il metodo e i film che ci avrebbero condotti alla riflessione sul prendersi cura.

La scelta dei film è stata fatta cercando di costruire un percorso tematico le cui storie portassero in luce i diversi aspetti legati alla cura, facilitata in questo dall’utilizzo del testo di Paolo Cattorini “Bioetica e cinema”, mentre il metodo che abbiamo utilizzato consiste nell’introduzione dell’argomento da parte di un componente del gruppo, nella visione collettiva dell’opera con successiva discussione a caldo, il rimando ad una riflessione scritta facilitata dall’utilizzo di una scheda per l’analisi del film e infine un incontro coordinato da un tutor (Dott. Albino Fascendini) per il confronto sulle riflessioni scritte.

La partecipazione al progetto è stata inizialmente alta, ma verso la metà del percorso si è verificato un forte calo, dovuto in parte a problemi organizzativi e in parte all’ intenso impegno emotivo e psicologico a cui l’esperienza conduceva. Nonostante ciò, le riflessioni prodotte hanno toccato molte e importanti tematiche: la vecchiaia, il rifiuto delle cure, la comunicazione, la corporeità, la sessualità, la relazione, la professione, la violenza, l’accanimento terapeutico, l’eutanasia, l’etica narrativa, l’istituzione e le sue regole, la gestione del dolore e la morte. Con questa esperienza abbiamo avuto la possibilità di fermarci per riflettere insieme su questi importanti temi, favorendo così la crescita professionale ed umana del gruppo.

Vorrei infine leggervi un stralcio da una riflessione sul film “Parla con lei” di Pedro Almodovar:
“Quest’ultimo e coinvolgente film, mi ha lasciato un insieme di sensazioni contrastanti, sulla vita, la morte, l’amore e il prendersi cura dell’altro. Non è difficile per noi operatori della sanità, immedesimarsi in questo infermiere che all’inizio del film pare essere l’esempio perfetto del come prendersi cura dei propri pazienti e di come essi vadano trattati con dignità e rispetto anche se la loro coscienza “sembra” non essere più presente. Ho pensato a quanto il nostro operato può divenire “pericoloso” di fronte a tanta impotenza se gli operatori stessi non sono in grado di rivalutarsi giorno per giorno e soprattutto se non gli è data la possibilità di un confronto aperto e sincero con i colleghi e con l’equipe assistenziale. Mi ha ricordato quanto sia indispensabile avere dei profondo valori morali e un profondo rispetto per le persone che ogni giorno ci troviamo di fronte, che prima di essere pazienti sono state e continuano, a modo loro, ad essere individui unici con una storia, dei valori e delle passioni proprie.
Parla con lei è stato per me un consiglio da seguire e cioè quello di analizzare sempre con criticità i miei gesti di cura e di imparare quindi a riconoscere i miei limiti, senza paura di chiedere aiuto nei momenti di difficoltà”.

 

 
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