Pomeriggio faticoso ma fantastico: E.F. una compagna di viaggio più che una paziente e alla fine della giornata sentirsi dire:” grazie perchè abbiamo passato un pomeriggio bellissimo!”…. e la stanchezza svanisce d’incanto per lasciar spazio alla gioia che mi fa esplodere il cuore!
Parla con lei: la comunicazione intima settembre 16, 2008
Questo film ha messo in evidenza la comunicazione e l’incomunicabilità.
Benigno, l’infermiere, nella sua semplicità comunica con la paziente in stato vegetativo, Marco invece non riesce ad instaurare con Lidia un rapporto così intimo, non può parlare con lei, non crede che le sue parole e i suoi gesti servano a qualcosa. Eppure ho visto che le due donne in coma, con il loro silenzio, con la loro guarigione e morte hanno segnato la vita di chi gli era vicino.
Io penso che la comunicazione fra le persone sia qualcosa che va al di là delle parole, credo che tutto sia improntato sull’ascolto, sulla comprensione e compassione, sui gesti e il contatto fisico, sugli sguardi e sorrisi: anche il pianto è comunicazione. E’ tutto questo che dobbiamo tenere presente ogni giorno nell’assistenza alle persone affidate alle nostre cure, ma anche nei rapporti con tutti quelli che incontriamo. Sento che questi aspetti spesso ci sfuggono, abbiamo fretta, molta fretta, non c’è il tempo per osservare più da vicino l’altro, addirittura facciamo fatica a sorridere o a scambiarci il saluto. Forse manca la consapevolezza che nella comunicazione esiste una buona occasione di crescita personale. Comunicare vuol dire mettersi in gioco e sperimentare le nostre capacità di relazionare.
Il contatto fisico è un altro aspetto molto importante nella relazione; attraverso il tocco trasmettiamo la nostra interiorità, le nostre emozioni e soprattutto nel lavoro di cura rivolto alla persona demente ci rendiamo conto di come certe reazioni siano dovute a come ci avviciniamo alle persone, di come ci muoviamo intorno ad esse, di come usiamo i gesti. Ogni giorno possiamo sperimentare come a volte il toccare una persona, accarezzarla e abbracciarla dolcemente, possa calmare le ansie e le paure. Purtroppo diventando adulti questi semplicissimi gesti, che dovrebbero essere naturali, diventano difficili; il contatto ci fa paura, forse perchè abbiamo paura di farci coinvolgere e di esprimere le nostra intimità.
Chiara operatrice sanitaria di un Nucleo Alzheimer
Una Storia Vera per riflettere sulla vecchiaia settembre 14, 2008
“Una Storia Vera” è una riflessione sulla vecchiaia, quasi un inno. Alvin, il protagonista, è un uomo vero, un essere umano. Testardo, metodico, che conosce ancora il significato della parola dignità. Un uomo che prova sentimenti e ha un fortissimo senso etico. Che prova anche le pene, la tristezza, le paure di un uomo giunto quasi alla fine del suo percorso.
Traspare lungo tutta la storia anche una riflessione sulla morte, ma con dignità, non celandone però la sofferenza, la tristezza, le limitazioni fisiche, l’accettazione di tutto ciò da parte del protagonista, che spera solo di arrivare in tempo per trovare il fratello ancora vivo.
Ho cominciato a percepire il presagio della morte sin da quando si vede per la prima volta Alvin sul pavimento della casa che divide con la figlia Rose, in posizione orizzontale, quasi paralizzato al suolo ed incapace di alzarsi. Questa condizione di fragilità mi ha fatto prendere coscienza del “potere”, della posizione di dominio che noi operatori sanitari abbiamo nei confronti delle persone anziane affidate alle nostre cure. E’ difficile mettersi al loro ascolto mantenendo questa posizione, infatti quando Alvin viene portato dal medico dopo la caduta, la postura del sanitario nei confronti del vecchio paziente, comunica una posizione di fredda professionalità, di mancanza di empatia che non permette alla relazione di assumere un valore terapeutico e di presa in carico della persona.
Mi rendo conto di come la conoscenza della storia personale sia indispensabile per prendersi cura delle persone anziane e di come sia utile per comprendere le loro decisioni e i loro comportamenti. Questo è importante anche nel lavoro d’assistenza rivolto alle persone affette da demenza, nonostante si utilizzi spesso l’alibi dell’incapacità di decidere per se stessi per evitare di prendere in considerazione il problema del rispetto delle volontà della persona.
Ogni persona ha nella vita una meta da raggiungere, qualcosa che le dia un senso.
Qual’ è la meta di Alvin?
Voglio arrivare a sedere fianco a fianco con mio fratello dice,” e poi guardare in alto, verso le stelle, come facevamo tanto tempo fa”. La meta così non gli sta’ avanti, come una speranza, ma alle spalle, come una nostalgia. I vecchi, nella mia esperienza, amano ripercorrere il loro vissuto con qualcuno che sia disposto ad ascoltare con sincero interesse. Dare la possibilità di raccontarsi è un elemento importante per accompagnare alla morte.
Alvin è supportato, nella “folle” decisione di intraprendere il lungo viaggio con il trattore, dalla figlia Rose e lungo tutto il percorso viene aiutato dalle persone che incontra, rispettando la volontà di voler fare a modo suo. Le brevi, ma intense relazioni che nascono lungo la strada verso il fratello, gli danno l’opportunità di ritrovare la sua Storia con i suoi valori quali la nascita,la famiglia, la sofferenza e di mettere la propria lunga esperienza al servizio di persone bisognose di cose “semplici” come la lentezza, la dignità, l’amore.
Anche io, come infermiere, mi sento bisognoso del loro aiuto così come loro del mio.
Spesso mi comporto come la donna, incontrata da Alvin, che investe i cervi, passando davanti alle persone che curo con quella fretta che uccide ogni loro richiesta di comprensione. Vorrei essere come il mezzo cinematografico che in questo film si mette a disposizione del personaggio aderendo alla sua necessità, sovrapponendosi precisamente alla sua saggezza e al suo mondo interiore.
Lento è Alvin, lento il tagliaerba e lenti noi che lo accompagnamo.
Mi domando:
Senza una meta da raggiungere, può avere ancora un senso la vita?
Un uomo al quale non viene data la possibilità di relazione e comunicazione, è un uomo vivo?
Fino a che punto è giusto usare il “potere” che il mio ruolo mi concede, nell’assistenza alla persona affetta da demenza?
E’ possibile parlare di rispetto delle volontà della persona nel caso delle demenze?
Come si può scoprire il mondo di valori di una persona affetta da demenza?
Immergersi nell'altro settembre 8, 2008
Una semplice giornata di lavoro; una donna la cui mente viene trasportata in un mondo passato, fatto di difficili relazioni famigliari, dove il desiderio della casa materna diventa necessità impellente, per sfuggire ad una sofferenza che diventa insopportabile.
Io sento una forte attrazione verso questo “piccolo mondo” interiore e non posso fare a meno di immergermi nelle sue acque profonde e turbolente. Il suo passato diventa per me un codice per tentare di “capire” la natura delle ferite che le rendono inaccettabile la vita.
Lasciandomi condurre dai suoi sentimenti, ma cercando di addolcire quelli troppo amari, percepisco un senso di impotenza nei confronti di una malattia (Alzheimer) che non dà la possibilità di risolvere definitivamente il passato. Tutto viene continuamente cancellato e poi riscritto, in un continuo ripercorrere strade, senza via di uscita.
Vorrei che lei potesse vedere il sole, ammirare i fiori che tanto ama, avere un amico con cui condividere la vita; vorrei che potesse ritrovarsi in quella “casa” dove l’abbraccio caldo di sua madre trasformasse questa esperienza di malattia in un ricordo che dolcemente svanisce.
Nonostante i miei desideri, mi ritrovo qui a piangere, come se quelle acque fossero le mie, ma fortunatamente ho ancora la forza per riemergere, restando a guardare ciò che non riuscirò mai a “comprendere”: la sofferenza umana.
IL RISVEGLIO NATURALE: "Un cambiamento di prospettiva" settembre 6, 2008
Nel corso dell’anno 2007, all’interno dei Nuclei Alzheimer (dove lavoro dal lontano 1995), ci è stata data la possibilità di attuare un progetto che permettesse la sperimentazione del modello assistenziale coniato da Moyra Jones:”Gentle Care”.
L’attuazione del progetto “Risveglio naturale” è stata per noi operatori dei Nuclei Alzheimer l’occasione di dimostrare che prendersi cura dell’anziano affetto da demenza, è una capacità che non è assimilata definitivamente, ma può essere smarrita, può essere distorta e va affermata e ricercata quotidianamente attraverso un lavoro di autovalutazione e di confronto con noi stessi e con l’equipe, ponendoci come comune obiettivo il benessere e la dignità di vivere delle persone che vengono affidate alle nostre cure.
Il gruppo di lavoro che ha realizzato il progetto, è partito dal presupposto che i modelli assistenziali attuali sono fondati sulle esigenze dell’organizzazione, sui piani di lavoro e di conseguenza sulle necessità degli operatori, che spesso giustificano il loro agire schematico e frettoloso con l’urgenza di “stare nei tempi”.
A questo punto, ispirandoci al modello assistenziale citato in precedenza , ci siamo posti delle semplici domande:
- Non abbiamo tempo per fare cosa?;
- Lamentiamo poco tempo per noi o per i nostri pazienti?;
- Ci piacerebbe essere svegliati alle 6:00 del mattino, essere lavati e vestiti in 10 minuti e poi vagare in corsia in attesa che altri 22 pazienti subiscano lo stesso trattamento per poi finalmente poter fare una veloce colazione?;
- Esiste un modo per garantire a queste persone un’assistenza dignitosa senza per questo dover modificare i loro ritmi biologici e senza creare in loro paure che degenerano poi in episodi di aggressività o altri disturbi del comportamento?;
Ci siamo resi conto che l’unico modo per rispondere a queste domande era quello di provare a cambiare le cose sostituendo al consueto piano di lavoro, programmi più flessibili consentendo ai pazienti di svegliarsi spontaneamente, essere assistiti per le cure igieniche, collaborare con noi al rifacimento del proprio letto (dove possibile!) per fare poi colazione in luoghi poco affollati ed infine, assumere le terapie. Tutto ciò, nell’intento di riprodurre quella che generalmente è per ognuno di noi una giornata priva di impegni lavorativi o di altro genere.
Attraverso schede redatte da noi, abbiamo monitorato quotidianamente le reazioni dei nostri pazienti e le impressioni degli operatori per poi incontrarci con cadenza quindicinale mettendo a punto strategie per risolvere i problemi incontrati nella sperimentazione.
Le difficoltà sono state molte, partendo da quelle psicologiche legate all’elasticità e alla disponibilità al cambiamento degli operatori, per arrivare a quelle pratiche e organizzative che si sono evidenziate soprattutto nel far coincidere le esigenze di reparto con quelle dei servizi come la cucina, l’organizzazione delle pulizie, l’intervento dei volontari e le visite dei famigliari.
Introdurre nella nostra realtà il Risveglio naturale è stato per noi una sfida che ha richiesto impegno e fatica ma che a distanza di un anno dalla sperimentazione, vede finalmente i risultati attesi e sperati.
All’interno dei nostri Nuclei, attualmente non esiste più “Il giro dell’alzata,” “il giro delle colazioni” e” il giro letti”, ora nei nostri nuclei i tempi del mattino sono scanditi dal ritmo biologico delle persone residenti.
E’ opinione diffusa (purtroppo) che essere operatori sanitari in RSA, sia meno gratificante rispetto all’esserlo nelle unità operative ospedaliere, è anche per questo che vogliamo dimostrare che laddove la tecnica e i ritmi frenetici ricoprono un ruolo meno ampio, possiamo incentrare le nostre energie e i nostri sforzi nell’esaltare il prendersi cura attraverso la relazione e il rispetto delle esigenze delle persone che ci troviamo di fronte.
Ci auspichiamo che il “Risveglio naturale” sia solo l’inizio di un cambiamento che arrivi in futuro ad interessare l’intera giornata dei nostri pazienti affinché la qualità assistenziale in cui tutti crediamo si concretizzi nella quotidianità.
Riflessioni sul prendersi cura attraverso il cinema. settembre 5, 2008
Il progetto che vi presento riassume un’esperienza di formazione, o per meglio dire di autoformazione, all’interno di un equipe di un Nucleo Alzheimer, svoltasi nel 2007.
Questo progetto è nato dal bisogno di sperimentare un metodo, diverso dalla classica lezione frontale tenuta da un esperto, che permettesse a noi operatori sanitari di mettere in gioco, a scopo formativo, le nostre esperienze, le emozioni e i pensieri riguardo ad un tema specifico del lavoro di cura.
Inoltre,durante questi dieci anni di lavoro nel campo delle demenze, ci siamo resi conto della necessità di acquisire, a fianco della capacità tecnico-scientifica, la capacità di ascoltare le storie delle persone di cui ci prendiamo cura, cogliere e valorizzare i loro significati e agire cogliendo il loro punto di vista.
Per raggiungere questi obiettivi ci serviva uno strumento che fosse accessibile a tutti, che stimolasse alla partecipazione attiva, che coinvolgesse la persona nel suo complesso, ragione ed emozione, che potesse aiutarci ad affinare le capacità interpretative, fondamentali per un approccio globale alla persona.
Il cinema ci è sembrato in grado di rispondere a tutte queste esigenze, innanzitutto per la sua valenza riflessiva, per la possibilità che offre di osservare i comportamenti, le conseguenze di azioni e parole, di immedesimarsi e, allo stesso tempo, di poter avere una distanza emotiva che permette l’analisi dell’esperienza.
Dopo la scelta dello strumento siamo passati al montaggio del progetto attraverso la costituzione di un gruppo con il compito di scegliere il metodo e i film che ci avrebbero condotti alla riflessione sul prendersi cura.
La scelta dei film è stata fatta cercando di costruire un percorso tematico le cui storie portassero in luce i diversi aspetti legati alla cura, facilitata in questo dall’utilizzo del testo di Paolo Cattorini “Bioetica e cinema”, mentre il metodo che abbiamo utilizzato consiste nell’introduzione dell’argomento da parte di un componente del gruppo, nella visione collettiva dell’opera con successiva discussione a caldo, il rimando ad una riflessione scritta facilitata dall’utilizzo di una scheda per l’analisi del film e infine un incontro coordinato da un tutor (Dott. Albino Fascendini) per il confronto sulle riflessioni scritte.
La partecipazione al progetto è stata inizialmente alta, ma verso la metà del percorso si è verificato un forte calo, dovuto in parte a problemi organizzativi e in parte all’ intenso impegno emotivo e psicologico a cui l’esperienza conduceva. Nonostante ciò, le riflessioni prodotte hanno toccato molte e importanti tematiche: la vecchiaia, il rifiuto delle cure, la comunicazione, la corporeità, la sessualità, la relazione, la professione, la violenza, l’accanimento terapeutico, l’eutanasia, l’etica narrativa, l’istituzione e le sue regole, la gestione del dolore e la morte. Con questa esperienza abbiamo avuto la possibilità di fermarci per riflettere insieme su questi importanti temi, favorendo così la crescita professionale ed umana del gruppo.
Vorrei infine leggervi un stralcio da una riflessione sul film “Parla con lei” di Pedro Almodovar:
“Quest’ultimo e coinvolgente film, mi ha lasciato un insieme di sensazioni contrastanti, sulla vita, la morte, l’amore e il prendersi cura dell’altro. Non è difficile per noi operatori della sanità, immedesimarsi in questo infermiere che all’inizio del film pare essere l’esempio perfetto del come prendersi cura dei propri pazienti e di come essi vadano trattati con dignità e rispetto anche se la loro coscienza “sembra” non essere più presente. Ho pensato a quanto il nostro operato può divenire “pericoloso” di fronte a tanta impotenza se gli operatori stessi non sono in grado di rivalutarsi giorno per giorno e soprattutto se non gli è data la possibilità di un confronto aperto e sincero con i colleghi e con l’equipe assistenziale. Mi ha ricordato quanto sia indispensabile avere dei profondo valori morali e un profondo rispetto per le persone che ogni giorno ci troviamo di fronte, che prima di essere pazienti sono state e continuano, a modo loro, ad essere individui unici con una storia, dei valori e delle passioni proprie.
Parla con lei è stato per me un consiglio da seguire e cioè quello di analizzare sempre con criticità i miei gesti di cura e di imparare quindi a riconoscere i miei limiti, senza paura di chiedere aiuto nei momenti di difficoltà”.